Lettere da Litchfield – “Non sto diventando una persona migliore. Mi sto abituando. E a chi non ce la fa dico: impariamo a parlare di più”.

Ci scrive Antonella Moschillo, studentessa al quinto anno di Medicina all’università Sapienza di Roma:

Oggi è lunedì. Da una settimana mi riprometto di dare dei ritmi a queste giornate senza scadenze, di infilare tra le ore qualcosa da fare. Perché ora c’è tutto questo tempo e tutto questo spazio: una casa intera. C’è il corso di chitarra, c’è la libreria piena, c’è la lista di film da guardare. E poi gli esami da preparare, le lezioni di yoga, gli armadi da riordinare, gli amici da sentire.

Su Instagram avete tutti trovato il modo di sopravvivere. Avete rimesso in discussione le vostre tradizioni per crearne altre. Vi siete adattati, pensando così di stravolgere il tempo. Credete di non stare più alle regole del mondo e per questo vi sentite liberi di costruirne di nuove.

La verità è che le regole sono sempre le stesse e che la società di ieri che pretendeva di averci brillanti e pieni di idee, sempre perfetti, composti, impegnati, in orario, la società che ci chiedeva fino a poche settimane fa di fare, di fare tanto, fare bene, fare moltissimo, continua a essere la stessa, anche se di mezzo ci sono le pareti di casa.

Io mi sto adattando in modo disordinato. Vivo nella confusione che mi dà la sensazione di non fare nulla al punto che mi sto rimproverando. Ma la verità è che mi sto adattando. Non credo che voi, che fate cose, stiate meglio e siate meno confusi. Credo solo che vi stiate adattando diversamente, che il vostro incastrarvi in attività a scadenza vi serva per pensare di essere meno confusi, e forse funziona. È una strategia anche la vostra.

Volevo comprare una nuova agenda, iniziare un nuovo libro e scrivere con una penna (di quelle che scivolano davvero bene sul foglio) la prima pagina di diario. Per adesso, però, non ho cominciato nessun libro, non trovo più la mia penna preferita e sto scrivendo su Facebook invece che sul diario.

Stamattina è arrivato il corriere e mi ha consegnato due libri. Li avevo ordinati talmente tanto tempo fa che li avevo quasi dimenticati.

Poi ho messo lo smalto rosso, ma mi sono dimenticata di mettere sotto quello trasparente: è uno di quei buoni propositi che mi riprometto sempre. In questi giorni non ho imparato a fare la pasta fatta in casa, ma ho mangiato quella fatta dagli altri. Ho fritto un sacco, anche se dovevo cominciare a mangiare bene. E non ho imparato a suonare la chitarra, neanche questa volta, con le lezioni gratis, e ancora mi chiedo la ragione per cui l’ho comprata cinque anni fa.

Insomma, non sto diventando una persona migliore.

I miei colleghi in ospedale mi raccontano che è tutto più rumoroso, violento, feroce. A casa, invece, è tutto più lento e silenzioso. Abbiamo più cura degli altri, siamo più dolci, ci parliamo dalle finestre. È una strategia, anche questa. Ma, in realtà, siamo arrabbiati e spaventati. Consoliamo e siamo da consolare. E, intanto, cerchiamo attività in cui infilarci, o le evitiamo, e alla fine siamo sempre noi, che cerchiamo un modo per essere finalmente noi stessi o per non esserlo più.

Io oggi dovevo fare un programma per i prossimi giorni perché le cose si cominciano sempre di lunedì. Dovevo scegliere l’esame da studiare, i romanzi da leggere e finalmente i tre film a settimana da vedere. Alla fine ho scelto il gusto della pizza da ordinare.

Questa lettera è solo per dirvi che non fa niente. Qualsiasi cosa stiate facendo, o non stiate facendo, va bene. Ci stiamo abituando. Lo fanno anche gli animali: si adattano. E per tutti quelli che, invece, non riescono a farlo, possiamo dircelo. Perché a dirci le cose, anche in tempo di pace, non impariamo mai a farlo.

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