Lettere da Litchfield – “Solo gli occhi dietro alle mascherine”. La prof racconta il primo giorno di scuola

Alcune scuole hanno deciso di aprire prima del 14 settembre, giorno proposto alle Regioni dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, per iniziare le lezioni dopo oltre sei mesi di chiusura dall’inizio della pandemia. Tra queste lo storico liceo classico Beccaria di Milano. Ci racconta il primo giorno di scuola ai tempi del coronavirus la professoressa di Lettere, Elena D’Incerti in questa lettera.

Elena D’Incerti

“Appuntamento con l’emozione del primo giorno di scuola: una campanella d’inizio anno attesa e sofferta come mai prima.
La mia scuola ha riaperto oggi i cancelli (7 settembre, ndr), non ha aspettato il fatidico 14 settembre.
Di fronte ai numeri del contagio che tornano a salire, questa settimana d’anticipo può sembrare un azzardo, dettato dalla fretta di capitalizzare del tempo o di recuperare quello che a parere di molti è stato irrimediabilmente perso nei giorni bui del lockdown nazionale.
La verità è che la macchina organizzativa di questa riapertura è molto impegnativa e avrà bisogno di feedback continui e ravvicinati: per questo, quindi, ci siamo portati avanti.

Più volte, durante un’estate spesa a ragionare sulla messa a punto della logistica della scuola post Covid, riaprire ci è parsa un’impresa superiore alle nostre forze.
Ma stamattina, ore 8 in punto, sotto una pioggerellina più clemente rispetto alle previsioni meteo disastrose (ma come? proprio il primo giorno?), le notizie contraddittorie del ministero dell’Istruzione, i protocolli, i pareri del comitato tecnico-scientifico, le linee guida troppo attorcigliate prendono finalmente corpo per i ‘primini’: questi giovani adulti che sfilano ordinati e distanziati nel giorno del loro esordio nel liceo.

Silenziosi (del resto lo straniamento di questo battesimo della scuola superiore è anche il nostro), si accomodano in aula magna lasciando posti vuoti a scacchiera e tutti, proprio tutti, indossano la mascherina senza abbassarla mai.

Vediamo solo i loro occhi – e neanche bene -, le loro scarpe sportive si assomigliano un po’ tutte, le magliette, le felpe, gli zainetti ancora vuoti di loro non ci dicono nulla. Non vediamo i loro sorrisi, le loro smorfie, non captiamo le loro legittime attese, gli interrogativi, le ansie dell’inizio: ipotizzare che siano gli stessi di sempre quest’anno è però riduttivo.
Tra le file serpeggia solo un brivido – così pare, almeno – quando la preside che li accoglie emozionata come loro, li ammonisce dicendo: ‘Ricordate che il virus cammina con le vostre gambe’. Neanche il tempo di vedere se annuiscano o scuotano la testa
o si facciano piccoli nelle loro sedie, che il tiro viene immediatamente corretto: ‘La scuola, per poter funzionare ha bisogno del vostro senso di responsabilità’. Insomma,
questi ragazzi sono nell’agone da dieci minuti scarsi e sono già investiti di un ruolo: essere parte attiva di un grande progetto di riavvio e di trasformazione della scuola.

Trasformazione, sì: perché se questo edificio torna ad animarsi dopo sette mesi di aule vuote, di banchi desolati e di luci spente, la scuola non sarà più quella di prima. E non è detto che sia un male.
Suona retorico (e per qualcuno minaccioso) ripetere che ci troviamo su un tornante ripido della storia che però può diventare entusiasmante come una tappa dolomitica del Giro d’Italia: orari modulari, flessibilità nella didattica, apprendimenti diversificati, lezioni cooperative, digitale usato criticamente e si spera senza inutili abusi. Ci vorrà del tempo, ma il virus ha dato il ‘la’ a scuotere l’inamovibilità di questo sistema nobile ma rigidamente arroccato.

Dagli occhi imperscrutabili che si intravedono dietro l’azzurro delle mascherine chirurgiche non si capisce però se questi ragazzi ne siano consapevoli. Del resto non lo sono nemmeno tutti i loro prof.

Frugo nel mio zaino e in una tasca interna trovo la chiavetta verde in cui c’è l’unità didattica nuova di zecca su Leopardi preparata per i ragazzi di quinta: Silvia, il colle, l’Islandese, il Vesuvio sterminatore, qualcuna di quelle lettere vergate al buio,
contributi critici in file audio, il link al Giovane favoloso di Martone…. passo tutto in rassegna e, senza trovare una risposta certa, mi chiedo se ci sarà tempo perché anche quest’anno i miei ragazzi escano dal liceo avendo almeno sfiorato l’infelicità,
la noia, l’eroismo di Giacomo. Saprò parlarne loro in modo antico e moderno al tempo stesso? O le energie saranno completamente assorbite dall’organizzazione in cui le lezioni in presenza si alterneranno a quelle a distanza? Ci basteranno le scienze, il greco, la filosofia, l’arte a non spegnere l’entusiasmo che i nostri giovani
hanno di tornare ad abitare questi spazi? Accetteranno di buon grado la soppressione (temporanea fino a nuove disposizioni) dell’intervallo al bar del pianterreno o in giardino? Sapranno reggere la doppiezza dei comportamenti (ligi a scuola, rilassati sui Navigli il sabato sera)? Che scuola sarà quella che limita, che vieta
persino il contatto fisico nelle ore di ginnastica?

Cambiare, innovare, governare la complessità del cambiamento: solo così la scuola saprà sopravvivere a se stessa.

Ps. Non abbiamo comprato i banchi colorati con le ruote: non ne avevamo bisogno. Ma sapevamo anche che da soli non sarebbero bastati a voltare pagina”.

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