Lettere a Litchfield – “Sono un infermiere in terapia intensiva e vi racconto la mia odissea per tornare in Italia”

“Sono un infermiere spagnolo e vivo in Italia da quindici anni. Lavoro in un ospedale di Como, nell’unità di terapia intensiva. A distanza di un mese dal mio rientro in Italia, voglio raccontarvi quello che mi è successo all’inizio del lockdown quando, a seguito di un lutto in famiglia, sono dovuto tornare a Barcellona per qualche giorno. 

A marzo mio papà si è aggravato: da tempo un cancro lo stava divorando e ormai non gli restava più molto tempo. Nei mesi precedenti sono tornato più volte a trovarlo per stare vicino alla mia famiglia. Ma allora la situazione era diversa. Poi, quando è arrivato il coronavirus e ci siamo trovati in emergenza, per senso di responsabilità, ho deciso di aspettare fino all’ultimo prima di partire. Pur con tanto dolore, ho sempre deciso di restare. Sapevo che la mia presenza in ospedale era importante. Il 7 marzo ho preso il volo per Barcellona senza sapere se sarei riuscito a salutare mio padre per l’ultima volta. Sono arrivato appena in tempo.

Il giorno dopo mio padre se n’è andato. 

Nel frattempo, la Lombardia era diventata zona rossa e poco dopo l’Italia ha chiuso i confini. Il telegiornale annunciava la sospensione dei voli dall’Italia alla Spagna, ma non viceversa. Eppure nessun volo era prenotatile da Barcellona a Milano. Intanto cercavo informazioni, sentivo il mio datore di lavoro, rassicuravo gli amici. L’ambasciata italiana a Barcellona non rispondeva al telefono così ho deciso di andare là: mi hanno confermato che i voli dalla Spagna all’Italia non erano stati cancellati e mi hanno consigliato di contattare direttamente la compagnia aerea. Avevo colto l’occasione per scambiare qualche parola con gli altri italiani in fila con me davanti all’ambasciata: ognuno con la sua storia, diversa dalle altre. Ad unirci tutti, una grande voglia di tornare a casa, il prima possibile. 

Sono riuscito poi a prenotare un nuovo volo per il 12 marzo. Intanto la tv spagnola informava sulle nuove disposizioni che il governo stava mettendo in atto: chiudevano le scuole, i bar e i centri di aggregazione. A me sembrava un film già visto: era successo in Italia solo qualche giorno prima. Il mio primo pensiero era per mia mamma, che sarebbe rimasta a Barcellona da sola. E così le ho comprato delle mascherine, dei guanti e del gel igienizzante che, per fortuna, in Spagna si trovavano ancora. Il cibo nei supermercati, invece, cominciava a scarseggiare. Così mentre ero a fare un po’ di spesa, la compagnia area mi ha informato che il mio volo era stato cancellato e non ci sarebbero stati più aerei per l’Italia fino al 25 marzo. Ho chiamato l’ambasciata, ma ancora una volta non ho ricevuto nessun aiuto. 

Sono un infermiere di terapia intensiva, volevo tornare per dare il mio contributo in questo momento difficile. Ma non riuscivo in nessun modo. Ho chiamato l’ospedale per spiegare la situazione e per avvisare che quel giorno non sarei rientrato al lavoro. I miei colleghi hanno cercato di aiutarmi e hanno pensato a diverse soluzioni, come quella di redigere un documento dell’ospedale che attestasse la mia necessità di tornare. Il mio capo si era offerto persino di venire a prendermi all’aeroporto di Malpensa. 

Ma, finalmente, ho trovato una soluzione alternativa: un aereo per Nizza. Poi un treno per Ventimiglia e un altro per Milano Centrale. E da qui sul Malpensa Express sarei arrivato in aeroporto per ritirare l’auto e andare così a casa. Dopo ventiquattro ore di viaggio. 

Intanto in Spagna si andava verso il vero lockdown e volevo andarmene il prima possibile. È una brutta sensazione quella di scappare da qualcosa molto grande che sta per travolgerti. Nella mia vita non sono mai scappato da nulla, ho sempre affrontato ogni singola preoccupazione o problema con lucidità, ma in quel momento la sensazione era diversa. Mi sentivo scoraggiato, disarmato. Avevo paura. 

Sono partito, finalmente. Ho salutato mia mamma, riuscendo, a fatica, a trattenere le lacrime. Chissà fra quanto potrò riabbracciarla. 

L’aereo era pieno e con le mascherine sembravamo tanti banditi in fuga. Sono arrivato a Ventimiglia. Ma in stazione ho scoperto che molti treni sono stati cancellati dopo l’ultimo decreto emanato dal presidente del Consiglio. E così ho aspettato per tre ore l’unico treno della giornata che mi avrebbe portato a Milano. Nell’attesa ho conosciuto una coppia di ragazzi siciliani che arrivavano da Londra, anche loro diretti a casa. Per loro il viaggio sarebbe stato ancora più lungo: avevano davanti ancora una giornata per arrivare a Catania. Ma non hanno stampato i moduli per le autocertificazioni perché nella fretta se ne sono dimenticati. E così gliene lascio qualche copia.

Alle 17 è partito il treno. Quando sono arrivato a Milano, la situazione fuori dalla stazione era surreale: tutto chiuso, nessuno in giro se non le forze dell’ordine. Lo sapevo, nella mia testa ero preparato, ma vederlo è un’altra cosa. Diventava reale.

Sono salito sul Malpensa Express per arrivare all’aeroporto e qui ho conosciuto una ragazza italiana che, per tornare a casa dal Brasile, ha preso quattro aerei e girato mezzo mondo, anche lei senza alcun aiuto dal Consolato. Quando la voce del treno ha annunciato l’arrivo a Malpensa si è lasciata andare in un pianto: “Aspettavo questa frase da due giorni”. 

Sono arrivato a casa a mezzanotte. Ero stanco, distrutto, ma determinato ad andare al lavoro il giorno dopo. Non potevo più aspettare. Solo ora realizzo che questa sarà una delle esperienze più profonde e umanamente difficili che ricorderò per il resto della mia vita. D’ora in poi, affronterò il futuro con una consapevolezza nuova che forse mi farà intraprendere scelte diverse rispetto a quanto avrei fatto prima di questa pandemia”.

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