Città Studi, da Pirelli a Natta: il quartiere degli studenti che ha aperto i confini

“Città Studi costituisce un episodio molto particolare nella storia dell’edilizia di Milano”. A parlare è Fedra Pavesi, guida turistica, che ci accompagnerà in questo viaggio alla scoperta del celebre quartiere degli studenti nella periferia Est della città. Un’enclave brulicante di vita e di giovani che entrano ed escono dai cancelli degli atenei, riempiendo le strade. Ora, nel silenzio che accompagna questa pandemia, la presenza dei muri che delimitano i padiglioni universitari dai viali e dalle piazze e i custodi che limitano gli ingressi, rendono i confini particolarmente netti. Come, del resto, era stato concepito, in origine, questo luogo. “Il nome ‘Città Studi’ ricorda l’idea di confini entro i quali si è andata a sviluppare un’area dedicata a quello che diventerà il polo degli studi a carattere scientifico”, spiega Pavesi.

Quindi costruita a tavolino con uno scopo specifico. Ma prima cosa c’era lì? “Forse non tutti sanno che il progetto andò a occupare un’area periferica e rurale della città chiamata delle Cascine Doppie, proprio per le due cascine simbolo, comprese nell’area più vasta dei Corpi santi (comuni comprendenti cascine e borghi agricoli intorno a Milano, ndr)”. Un’area che l’ingegnere e celebre scrittore, Carlo Emilio Gadda, aveva definito la “distesa dei prati di Lambrate”. E che aveva una propria caratterizzazione, precisa Pavesi: “Era dedicata all’attività dei lavandai, che sfruttavano le numerose risorse di acqua del territorio per procedere alla pulizia”.

Fedra Pavesi

All’inizio del Novecento però le cose cambiano. “La costruzione del campus universitario si colloca nel piano regolatore firmato dagli ingegneri Angelo Pavia e Giovanni Masera del 1912”. Un documento che segna la crescita di Milano “soprattutto nell’area Nord-Est, spostando all’esterno il sistema ferroviario cittadino”.

Il progetto di Città Studi “risale al 1915, anche se verrà concluso solo nel dicembre 1927, a causa della pausa forzata dovuta al primo conflitto mondiale”. A posare la prima pietra è il ginecologo e senatore Luigi Mangiagalli, uno dei protagonisti della Milano di quei tempi. Divenne poi sindaco e fu tra i fondatori dell’Università degli Studi di Milano, quella che in gergo chiamiamo la Statale, e ne divenne il primo rettore.

I primi due “recinti” del Politecnico a essere costruiti “comprendevano due quadrilateri: il primo tra le piazza Leonardo da Vinci e le vie Bonardi, Ponzio e Celoria e l’altro, quello dei padiglioni meridionali, tra via Colombo, Celoria, Ponzio e Mangiagalli”.

L’idea era quella di creare le due aree “con regole determinate, ingegneristiche, disegnando un recinto, due assi generatori e, attorno a questi, disponendo otto padiglioni: tre sui lati Nord e Sud e due sull’asse centrale Est-Ovest”, aggiunge Pavesi. Pochi anni dopo verrà costruita anche la Casa dello studente, progettata e costruita nel 1934 dall’ingegnere Italo Azimonti. Tra residenze e aule, si puntava alla creazione, “di un campus sui modelli d’Oltralpe, soprattutto quelli tedeschi, che avevano visto la costituzione della prima scuola tecnica”.

La Casa dello studente

Ma tutto questo rigore si scontrò presto con la realtà, più disordinata del previsto. “I progetti rigorosi dovettero ben presto fare i conti con la crescita della città, che seguiva regole diverse, come quelle della proprietà privata. Ecco, quindi, nascere edifici come il ‘Cremlino’ su via Colombo o quelli su piazza Gorini e via Botticelli”.

E nel tempo, il campus delle due università – Statale e Politenico – presenti nell’area si è espanso sempre di più. “Oggi le sedi di Architettura e Ingegneria occupano l’area Nord fino a invadere via Pacini, mentre le sedi meridionali di Veterinaria e Medicina raggiungono via Botticelli. A Est il campus ha inglobato il centro sportivo Giuriati e si sviluppa ben oltre, fino a raggiungere il tracciato della ferrovia che funge da barriera ‘naturale’ all’espansione”, aggiunge. Infine, “l’Istituto dei tumori e l’Istituto neurologico Carlo Besta sono parte integrante e beneficiano delle ricerche scientifiche universitarie all’interno di un polo attivo che costituisce un’eccellenza italiana”. 

E non è finita. L’ultimo progetto dell’archistar Renzo Piano, ancora in fase di realizzazione, “ha riportato l’originaria idea di città recinto dedicata allo studio, ricreando e valorizzando le aree verdi come isole attrezzate per gli studenti, che si possono fermare a studiare all’interno del campus” e trovare un punto d’incontro anche tra frequentatori di facoltà diverse.

In attesa di capire quale sarà il futuro e se ci sarà il trasferimento della Statale nell’area di Expo, a Rho, e se il Politecnico si allargherà, possiamo fare delle considerazioni sul presente.

“L’intera zona costituita dal Politecnico e dall’Università Statale rappresenta oggi un contrasto di flussi, pedonali e viabilistici. Oltre 50mila persone, tra studenti e addetti, popolano quest’area che ha finito per diventare un polo urbano”. Un luogo molto diverso dal progetto originale e anche dai tradizionali campus occidentali, dice Pavesi, “ma d’altronde siamo italiani e a noi le regole strette di confinamento e di struttura stanno un po’ stretti”.

Piazza Leonardo e il Politecnico nel 1930

E così la presenza dell’università ha creato un nuovo tessuto urbano. Un luogo dove – in tempi normali – le due dimensioni si intrecciano e i cancelli rimangono aperti, portando idee e vita dentro e fuori dalle aule, dai bar, sulle panchine, per strada. E la storia delle giovani menti che si sono formate in questi luoghi sono tante. Come “Bartolomeo Cabella e Giuseppe Colombo, a cui si deve la costruzione della seconda centrale elettrica al mondo, proprio a Milano, e che diede luce alla Galleria Vittorio Emanuele e al Teatro alla Scala nell’Ottocento. O Alberto Riva, che esportò le turbine prodotte a Milano per le cascate del Niagara. Ed Enrico Forlanini, creatore del primo elicottero. Poi Giovan Battista Pirelli che creò l’impero della gomma o Giulio Natta, premio Nobel per la Chimica”. Questo solo per citarne alcuni, di una lista lunga un secolo.

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Dipartimento di Fisica della Statale, via Celoria

2 pensieri riguardo “Città Studi, da Pirelli a Natta: il quartiere degli studenti che ha aperto i confini

  1. Grazie per avermi ricordato la storia di “Città studi”, dove ho trascorso molto tempo negli anni 74-78 durante il corso di studi di matematica da me frequentato in via Saldini ! Complimenti per il vostro costante lavoro
    Lodovica Serpero

    1. Cara Lodovica, siamo felici di leggere queste tue parole. Grazie!
      Continua a seguirci, abbiamo ancora tante belle storie da raccontare!

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