Lettere da Litchfield – “Dopo anni di relazione a distanza, ora siamo in quarantena insieme, in Spagna. Ma il pensiero di quando tutto questo sarà finito mi mette ansia”

Ci scrive Andrea De Cesco, 29 anni, giornalista:


“Vi scrivo da Maiorca, dove mi trovo da ormai più di un mese. È per puro caso che sto passando la quarantena qui, in Spagna. Ero venuta a fine febbraio per passare qualche giorno con Quique, il mio ragazzo. Mi ero portata uno zainetto con dentro un’agenda e qualche vestito: un paio di jeans, due magliette, un maglione, mutande e calze. Sarei dovuta tornare in Italia il 5 marzo, ma poche ore prima del volo ho saputo (di nuovo, per caso) che quel weekend a causa dell’allarme coronavirus non avrei potuto lavorare in redazione. E così ho deciso di non partire.

Pochi giorni dopo, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avrebbe annunciato le misure che hanno costretto la grandissima parte degli italiani a rinchiudersi nelle proprie abitazioni. Ho pianto a dirotto quando sono venuta a sapere del decreto che metteva in quarantena la Lombardia e altre 14 province italiane. Il mio primo pensiero è stato: torno a casa. Subito. O almeno il prima possibile. Volevo stare vicina alla mia famiglia, ai
miei amici. E soprattutto mi sentivo una traditrice a vivere questa situazione all’estero.

Quando la fase emotiva è passata, ho capito che la cosa più sensata da fare era restare dov’ero. Nei giorni seguenti però mi sono comportata come se fossi in quarantena anch’io, a eccezione di qualche passeggiata in montagna. Finché l’obbligo di quarantena non è arrivato davvero anche in Spagna. E così, dopo anni di relazione a distanza, mi ritrovo a vivere questo periodo assurdo con Quique.

Andrea e Quique

Qui siamo arrivati alla terza settimana in casa. L’agenda che avevo infilato nello zaino prima di prendere l’aereo che mi avrebbe portato a Palma di Maiorca, a fine febbraio, è diventata un diario dove appunto emozioni, racconti, idee. Sapendo che tutti i miei famigliari e amici in Italia stanno bene, vi confido che il pensiero di quando tutto questo sarà finito mi mette un po’ di ansia. Perché significherà che io e Quique dovremo ricominciare con gli infiniti giorni lontani, con i salti mortali per vederci almeno un fine settimana al mese, con il terrore verso un futuro che appare sempre estremamente incerto.

A parte per le continue notizie su contagiati e morti, le giornate trascorrono
tranquille. Abbiamo entrambi la fortuna di poter continuare a lavorare, io in smart working e lui in impianto. La casa dei suoi genitori – dove ci troviamo – è stupenda. Dal giardino si vedono le montagne, e quando c’è il vento giusto si sente il profumo della salsedine.

Qualche giorno fa abbiamo festeggiato il nostro sesto anniversario. La mattina mi ha fatto trovare sul comodino uno sgangherato e bellissimo mazzo di fiori che aveva rubato dai vasi di sua madre (i fiorai sono chiusi, ovviamente). E poi abbiamo cucinato insieme una torta di mele e cioccolato su cui abbiamo conficcato una candela a forma di “sei” che avevo recuperato al supermercato.

Eravamo a Barcellona, nell’appartamento che condivideva con i suoi quattro coinquilini (spagnoli come lui), quando sei anni fa gli ho detto: “Se sei d’accordo, puoi presentarmi come la tua ragazza”. Ci eravamo conosciuti cinque mesi prima, a Londra, sulle scale di una scuola di lingua inglese. Anche quella volta, per caso. Io facevo la cameriera in un ristorante francese; lui era ospite del fratello, in attesa di iniziare uno stage nel capoluogo della Catalogna. Ci siamo innamorati in fretta. Ma per una serie di fondate ragioni nessuno avrebbe scommesso su di noi. Peraltro, io sarei dovuta tornare in Italia dopo qualche mese. Lui sarebbe tornato in Spagna soltanto dopo qualche settimana. E invece…

Ho chiuso la relazione con il ragazzo con cui stavo da quattro anni, ho lasciato il lavoro da cameriera e mi sono trasferita a Barcellona. Mai avrei pensato che saremmo arrivati fino a oggi, che avremmo vissuto una quarantena insieme e che, in quarantena, saremmo persino finiti a celebrare il nostro anniversario (il sesto, appunto).

In teoria, quel giorno, avremmo dovuto essere a New York: l’idea era di
passeggiare per Central Park e poi di passare la serata a Broadway. Uno dei
motivi per cui non sono tornata in Italia quando è stato annunciato il divieto di uscire di casa, se non per motivi legati al lavoro o alla salute, è stato anche perché (ingenuamente) pensavamo che, soltanto se fossi rimasta in Spagna, avremmo avuto qualche speranza di riuscire comunque ad andare negli States, dal momento che il nostro aereo decollava da Barcellona. Allora le cose sembravano, tutto sommato, sotto controllo, sia qui sia negli Stati Uniti. Ci sono voluti pochissimi giorni perché ci rendessimo conto che avremmo dovuto posticipare il viaggio.

Poco male, direbbe mio nonno. Stiamo bene. E siamo insieme. E chi ha visto
nascere la nostra storia, probabilmente, direbbe che è un miracolo. E allora viva i miracoli, se così li vogliamo chiamare
.

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