Lettere da Litchfield – “Milano mi ha insegnato a guardare le persone. Ora sono un avvocato e mi batto ogni giorno per dare speranza a un minore”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera che ci scrive Lucia Bianchi, consulente legale di Massa Carrara, Toscana.

Stamani, prima dell’alba, navigando su LinkedIn, mi sono imbattuta nel vostro blog. I vostri articoli mi hanno rispedita ai tempi della gioventù universitaria, tra le corti di via Lanzone e le passeggiate in bici tra via San Maurilio, Corso Italia, Porta Ticinese e Piazza Umanitaria. 

Conosco bene la sensazione di distanza col prossimo, pur avendo vissuto a lungo in un palazzo di otto piani, dove la distanza tra i condòmini non la fanno le mura di casa, ma le abitudini delle persone.

Ho vissuto a Milano per 12 anni, una città dai mille volti e dalle mille occasioni, che da fine anni ’90, a me, fresca matricola nata in una piccola cittadina di provincia ai piedi delle Alpi Apuane, sembrava un suolo alieno.

Ho passato le prime settimane col naso all’insù a osservare gli edifici, l’architettura poliedrica del centro storico e i loggiati del Giambellino e soprattutto, le persone. Un mare di persone, per la verità. Un agglomerato di volti, colori, provenienza, sogni e speranze.

L’essere umano mi ha affascinato sin da bambina, quando – del tutto inconsapevole – mia madre leggeva con me un passo del primo atto della Tosca, alcuni frammenti della Kabbala, parte dei testi in metrica per le lezioni di violocello, Le avventure di Gian Burrasca con le sue infinite marachelle o la storia di Pinocchio, che mi piaceva da matti.  

Ad oggi, da persona adulta, porto ancora con me quello stesso entusiasmo di “commistione” tra le persone, di interazione alla radice, perché ciascuno, nel proprio “sacro poco” ha sempre qualcosa da insegnare e vicendevolmente da apprendere. E purtroppo, oggi, il confronto è merce rara.

Anche e soprattutto in quest’ultimo decennio di continua evoluzione, dove oramai da tempo possiamo vantare una società “civile” connessa e votata alla tecnologia e alle miriadi di opportunità del web, dove è sufficiente cliccare un link per prenotare un volo in Oriente a prezzo competitivo, dove “i più” aspirano a ottenere visibilità sui social grazie ai like snocciolati a fine giornata, dove spesso si è persa la buona abitudine di leggere un quotidiano o di godersi il piacere di un libro, persi nei pensieri della sera.   

Tutto ciò ha contribuito a creare una società che alza i muri e comunica a distanza.

E mai come in questo momento storico così delicato – dove il contatto umano è stato “congelato” e forzosamente sospeso – occorre guardarsi dentro e tornare a fare pace col proprio io, coi propri io. 

Per diventare poi, davvero, un “noi”, come società coesa, le cui azioni sono finalizzate al bene comune. Dobbiamo tornare a toccare con mano cosa significhi essere vivi in una società che marcia contro i più deboli e si riempie la bocca di slogan populisti.   

La differenza, in fondo, la farà ciascuno nel vivere quotidiano, col proprio agire. 

Anche nel caos e nella profonda incertezza di questo momento durissimo, ho negli occhi la città di luce.

Mi batto ogni santo giorno per stare coi piedi per terra, per permettere a un minore che sia stato risucchiato nell’alveo della malavita di avere la speranza di costruire un futuro già durante il periodo di carcere, di garantire a una madre il diritto di visita dei congiunti, di lavorare affinché la legge sia applicata correttamente, con lealtà ed equità.

Tutto ciò, non lo nascondo, mi è costato caro. Il nostro Paese è martoriato dal qualunquismo e dalle lotte di potere, dove basta avere un ruolo minimamente di rilievo e somme a disposizione per soddisfare qualsiasi esigenza, anche la meno nobile. 

Ma ciò nonostante, non mollo. E quel che mi porto dentro e la gioia nel cuore sono la mia forza. L’energia ha un potere grande, incommensurabile. Ed è la stessa che si respira, leggendo i vostri articoli. 

Insieme si può, sempre. E allora, avanti tutta ragazze!

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