Lettere da Litchfield – “Siate liberi di studiare per voi stessi. Se lo farete capirete anche qualcosa in più di voi”

“Nella libertà si cela anche un pericolo, quello di non essere in grado di gestire la libertà di cui improvvisamente ci si trova a godere. Questa per voi è una preziosa occasione di crescita e di responsabilizzazione”. Ivan Cervesato, docente di matematica del liceo scientifico Einstein di Milano, qualche settimana fa, prima dell’annuncio del governo che ha confermato che non avrebbero riaperto le scuole, ha scritto una lettera ai suoi studenti. Una riflessione sull’importanza di studiare per se stessi e non per un voto. Ricordando loro che questa è solo una parentesi perché “la Scuola si fa a scuola, essendo fondamentalmente relazione”. Vi proponiamo la lettera che ha scritto per i suoi studenti e che dà degli spunti di riflessione validi anche per chi non è più tra i banchi di scuola.

Ivan Cervesato

Cari ragazzi e care ragazze,

a oltre un mese dalla sospensione delle attività didattiche “ordinarie” – e a circa due mesi dalla fine dell’anno scolastico – ancora non è possibile prevedere quando si potrà tornare in classe. A mio parere, alla luce di come vanno le cose “là fuori”, probabilmente per questo anno scolastico non torneremo più. Così, la didattica si è “reinventata” nelle sue forme: è divenuta “didattica a distanza”.

Sono profondamente convinto tale espressione sia pura autocontraddizione, perché la scuola si fa a scuola, ossia “in presenza”, essendo la scuola fondamentalmente relazione, che non può essere surrogata con artifici tecnologici. La cosiddetta “didattica a distanza”, che da un giorno all’altro siamo stati costretti ad inventarci con molte difficoltà, si mostra ogni giorno di più impotente a sostituire la scuola in presenza. Eppure, nonostante tale impossibilità, per onestà intellettuale occorre ammettere che la “tecnologia”, nella situazione di inaudita emergenza in cui, sbigottiti, ci troviamo tutti a vivere, può dare un suo contributo.

Così, ogni collega ha cercato con fatica una strada per non far mancare ai propri studenti occasioni di apprendimento, che sono poi anche un modo per dire che la comunità scolastica continua a esserci e che quella relazione in qualche modo si mantiene anche nell’inaudito.

La strada che ho intrapreso io – le videolezioni “alla lavagna” –, ormai la conoscete tutti. La mia scelta, che tiene conto della peculiarità delle mie discipline, si pone anzitutto un preciso obiettivo: quello di consentire, a chi ne abbia volontà e desiderio, di progredire nella conoscenza della matematica e della fisica nel modo più simile a quello che avremmo usato in classe. Spiegazioni ed esercitazioni alla lavagna, per quanto possibile dettagliate, affiancate dalla lettura dei libri di testo e dallo svolgimento di esercizi, che richiedono un coinvolgimento in prima persona, unico modo per raggiungere risultati duraturi e intellettualmente significativi.

Non mi interessa, anche questo sapete già, “tenervi inchiodati” al video di un pc in un modo che, per quello che è il mio modus operandi, riterrei improduttivo. Si tratta di una scelta che nel contempo vi investe di una personale responsabilità: quella di seguire le puntuali indicazioni di lavoro che settimanalmente vi vengono date tramite il registro elettronico. Dunque anzitutto di dedicarvi, durante la mattina, nelle ore che nella norma avremmo trascorso insieme, a un ascolto attento delle lezioni programmate, prendendo appunti e leggendo in parallelo il libro di testo. E poi – al mattino se c’è tempo o il pomeriggio – svolgere gli esercizi assegnati (mai troppi), annotando le eventuali difficoltà incontrate. Di eventuali problemi potete chiedermi “a distanza”, oppure nella videochiamata settimanale che ho intenzione di cominciare a istituire da settimana prossima. Sia ben chiaro: il problema, dal mio punto di vista, non è la valutazione, che a questo punto a me pare venga a costituirsi come una pura e in fondo poco significativa questione formale. Il problema è invece di sostanza: evitare in tutti i modi una potenziale ed enorme carenza nella vostra formazione culturale, che farebbe sentire a cascata i propri effetti in tutti gli anni liceali che avete davanti, e magari anche oltre.

In questo cammino, così impostato, nessuno vi controllerà (in fondo, ogni “controllo” è motivazione estrinseca, superficiale, inefficace anche in presenza: figuriamoci “in remoto”!): siete e sarete dunque liberi, investiti di una libertà che mi auguro saprete intendere non volgarmente come “fare come si vuole”, ma come libertà di dare a se stessi la regola del proprio agire. Che è poi la libertà suprema. Non è certo una via facile: Sartre, in modo sintetico, esprime tale difficoltà dicendoci che l’uomo è condannato a essere libero. La libertà è un fardello. So di rivolgermi a voi con parole e concetti forse complessi, ma ho fiducia che siate in grado di comprenderne, di intuirne il senso: magari con l’aiuto che i vostri genitori certamente non vi hanno fatto né vi faranno mai mancare. In quella libertà, si cela anche un pericolo, quello appunto di non essere in grado di gestire la libertà di cui improvvisamente ci si trova a godere. In proposito lasciatemi allora ricordare due famosi versi di un grande poeta tedesco:

“Ma là dove c’è il pericolo, cresce

anche ciò che salva”.

(Ndr. citazione di Friedrich Hölderlin)

Ecco allora che la situazione di emergenza – con tutto ciò che comporta a livello non solo e non tanto scolastico, quanto psicologico, emozionale ed esistenziale – può e anzi deve diventare preziosa occasione di crescita e di responsabilizzazione (che è poi sempre e soltanto autoresponsabilizzazione). Nell’ora del pericolo supremo, è decisivo saper trovare “ciò che salva”. Personalmente vi chiedo questo, ben consapevole di chiedere tanto (molto più che un teorema o una dimostrazione!): di arrivare a comprendere che non si studia per il voto, o per il professore, o per i genitori, o peggio ancora per la paura di una “punizione”. Si studia unicamente per se stessi, a proprio vantaggio. Arrivando addirittura a intuire (ma qui il discorso si fa ancora più difficile) che ciò che studiamo non solo da sempre parla a noi, ma parla eternamente di noi: nella consapevolezza di questo parlare di noi, si finisce per amare ciò che si studia perché lo si comprende, e a comprendere ciò che si studia, perché lo si ama. E se si riconosce che l’oggetto di studio non è “altro da noi”, nell’accostarsi a quello studio si finisce dunque per comprendere sempre un po’ di più di noi stessi.

Lo studente – ma direi ormai: l’essere umano – che ha colto questo punto, ha colto l’essenziale, “ciò che salva”: tutto il resto seguirà allora senza sforzo e il “dovere” diventerà un piacere (“…allora la lotta si trasforma in piacere, giacché diventa una gioia per il cuore quello che l’uomo ha dovuto conquistare con grande sforzo, ed allora porta molto frutto”, dice un filosofo medievalendr. citazione di Meister Eckhart – a me assai caro).

Ho divagato (come sapete bene, mi capita spesso). Qui mi fermo, convinto che quando ci rivedremo finalmente “in presenza”, cioè nella vera Scuola, questa lunga e dolorosa parentesi di difficoltà ci avrà insegnato molto e ci avrà fatti crescere.

Con l’augurio di ogni bene a voi e alle vostre famiglie,

Ivan Cervesato

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